Chi sono

Piera Giacconi 2017

LE FIABE DI PIERA

 

Mia nonna materna Gertrud detta Trudi è nata a Johannesburg, dove era scappata con la famiglia. Suo padre Adolf, bielorusso, era una specie di decabrista. Sua moglie Fanny, ungherese, era pasticcera di fino. Si rifugiarono in Inghilterra, ché in Sud Africa era venuta la guerra coi Boeri. Hanno cambiato nome più volte, lui faceva Ussùrievich, di cui si sono perse le tracce nel continente nero; Wiener e poi Bloom la Fanny, che infine è andata a Vienna coi due figli.
Un giorno un incendio divampa nell'ufficio dove ventenne lavora la Trudi, che viene salvata da due ufficiali dell'esercito imperial-real-regio. Indecisa su quale sposare, scelse mio nonno Giovanbattista Degenhardt, nato in Friuli da famiglia di origine austriaca cattolica. Venne così a vivere in un paese con 100 abitanti e 100 mucche nella campagna di Udine.
Fanny mangiava da sola in cucina, racconta mia madre, perché con il genero cristiano non voleva sedere, sebbene lei cucinasse per tutti. Di sabato pregava insieme a Trudi in cucina con una candela accesa e parlavano in jiddisch, una lingua che solo loro capivano. Mia madre Rosa, nata nel '21, è la prima di 7 fratelli; tutti parlano tedesco, italiano e il dialetto del posto. La sera i più grandi trascinavano i materassi in camera della Fanny per ascoltare i suoi racconti.

Mio padre Felice è del '15, nato sotto le bombe nella terra del Collio dove fanno buon vino. Giacconi è diventato nel ventennio, che prima si chiamava Jaconcig. Sua madre Vittoria teneva la campagna e comandava, era una donna fiera, senza marito. Quando perse i primi denti a 72 anni disse comincia la vecchiaia e si intristì. Suo nonno era falegname di fino e venivano dalla Carnia, dalle montagne sopra Udine dove si incontrano e si mescolano da secoli slavi, austriaci e italiani.
Io sono la terza di 5 fratelli con due diverse madri. Mio padre si è sposato una terza volta, e poi ha perso la memoria. Mi diceva da adolescente scrivi Piera la storia della nostra famiglia, che è straordinaria. Lui non amava la chiesa, ma quando voleva parlare con Dio chiamava suo nonno buonanima, sorrideva contento di rivederlo e gli chiedeva ogni cosa, dal metafisico al quotidiano. Mio padre, ora a riposo, è stato un grande medico di campagna, ma questa è un'altra storia.

 

Respiro nel corpo e scrivo
Che viaggio, la scrittura. Oggi è parte del mio mestiere, ma com’è cominciato? Ecco, mi vedo a sedic’anni che mi alzo presto, prima di tutti, e seduta alla finestra scrivo di getto i miei sogni. Bei tempi, come mi piaceva stare sola con me a esplorare il fantastico, con l’orecchio fino a catturare le risonanze tra oggetti, colori, episodi - simboli di un mondo misterioso e affascinante che si stava portando fuori.
Ero molto forte in quel periodo, sicura di me, persino spavalda, non mi lasciavo più invadere, proteggevo bene il mio territorio - comunque solitaria e incompresa.
Come quando ho imparato a scrivere in prima elementare. Le rondini che giocavano fuori oltre i tetti, mia nonna silenziosa alla finestra a comporre fiocchi di neve all’uncinetto, gli occhiali neri, i capelli bianchi, odore di pulito, espressione severa e fiera.
Quanta fatica ad ammaestrare la mano mancina, a non tremolare nel fare pagine di pance tonde di a e di o. Quanto impegno a non sparare le braccia e le gambe delle vocali, ma muovere invece con dolcezza la mano, impugnare lieve la penna. E quanto inchiostro sparpagliato, uffa, quanta fatica a non passarci sopra.

Quanta paziente consapevolezza andavo costruendo in quei lunghi pomeriggi d’autunno, tempo di pannocchie, rondini e vocali all’uncinetto. E quanto tempo avevo, tutto il tempo necessario. Per crescere, diventare grande, esplorare il mio corpo, muovermi nell’ambiente e nello spazio appena circostante. Tempo per provare, sperimentare, sbagliare e riprovare finché mandavo a memoria e non sbagliavo più.
Avevo tutto il tempo per crescere e per essere piccola, nessuna fretta.
E invece adesso corro per riuscire a fare, ma perché devo fare? A me piace ascoltare, esplorare, conoscere, sperimentare. Da bambina il mio corpo era una cassa di risonanza, dove si armonizzavano il dentro e il fuori, l’ascoltato e l’esplorato.
Questo è ciò che amo ancora oggi dello scrivere. Quella doppia dimensione di ponte e di vaso al tempo stesso.
Ero solitaria e taciturna da bambina, non riuscivo a chiedere in modo da ottenere, non mi sentivo capita, né vista veramente. “Guardami, guardami, ecco, mi vedi?” Sono qui ora, di fronte a te che mi leggi, viva e palpitante e curiosa e coraggiosa e felice come la bambina di allora. Grazie, a te che mi vedi. E che mi senti pure, perché scrivo come un cuore che batte. Ecco perché amo scrivere. Ecco la mia piccola storia.

Il viaggio nei suoni del corpo mi ha riportato a galla altri ricordi. Come sbruffavo dal naso e dalla bocca quando nuotavo sott’acqua a occhi aperti, a Grado, profumo di alghe che seccano al sole. Immaginavo di essere una sirena e ascoltavo lo sforzo del muscolo a braccia tese, mentre fendevano l’acqua, il palmo della mano piatta. Come giocavo con il mio corpo, ricordo quanto mi piaceva ascoltare le sensazioni nei dettagli.
Mi sentivo forte, unita, compatta. Libera. Libera di creare e di scoprire i miei movimenti, libera di andare, di esplorare, e verificare di persona come era fatto il mondo.
Ero molto solitaria, dicevo. Non mi avrebbero capita i grandi, tutti intenti a fare cose come andavano fatte. Io invece avrei raccontato le cose come le avevo vissute io, non come andavano fatte. E questo non interessava. Quanti no dentro il mio corpo.

Il viaggio finisce con il sussurro delle preghiere. Tempo di comunione per me quando ho imparato a scrivere. “E perché dentro di me ci sono delle cose brutte e la Madonna mi deve aiutare? Perché stai in piedi sopra i serpenti?” - mi domandavo la sera prima di spegnere la luce. E guardavo quel quadro e la sua bella cornice. “Perchè sei così triste Maria? In fondo tieni un bambino fra le braccia… perché non parli, perché non mi rispondi? E se il buon Dio mi vuole bene, perché non mi risponde?”.
Questo mi chiedevo, mentre pensavo che sotto il letto era pieno di bestie immonde pronte a catturarmi e tirarmi giù. Ma io ero al sicuro, sotto le coperte e le lenzuola stirate con cura, in quella casa calda dove c’era sempre da mangiare; in quel bel giardino dove giocare.
Loro, i grandi non mi capivano, Maria non rispondeva, tutta presa a vincere i serpenti. Mi sentivo molto sola a diventare grande, ma anche che qualcuno si prendeva cura di me e potevo stare tranquilla. Avevo tutto il tempo per crescere. E da grande avrei capito.
Grazie corpo mio, che conservi intatto il ricordo di quell’abbandonarmi, sola, piccola e fiduciosa.

Piera Giacconi, Milano 19 maggio 2007
Atelier all’ATIR Teatro con la regista Sonia Antinori


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