News · Cucù!

Sermone ai cuccioli della mia specie
Inserita il 27/04/2017

Foto di Raffaele Cavicchi, GoodFellas

Cari cuccioli,

vi ho guardato a lungo.

Ero lì nascosta nel buio

e vi guardavo giocare,

nascosta nel buio come una carogna,

come una spia che studia

il nemico, come un ladro che aspetta

il momento buono,

come un terrorista

che guarda a distanza

e fa i suoi piani d’innesco.

Io vi guardavo ammutolita,

intenerita da voi,

cari cuccioli della mia specie,

e poi anche disgustata da voi

che eravate lì inermi a un palmo dal

mio naso.

 

Siete indeboliti cuccioli. Siete

spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati.

Sfiniti siete. Siete vinti.

 

Io vi guardavo da una quasi nausea,

da tutto quel buio: ricordavo

un’antica infelicità d’infanzia, un’antica

paura.

Ricordavo bene quell’essere fra gli

altri, spersa, sola.

La mia paura me la ricordavo,

guardando la vostra. Ricordavo bene

il mio sguardo, come se lo avessi

sempre visto da fuori:

sbigottito, quasi non ci credevo

d’essere in questo mondo,

non me lo spiegavo, il mondo,

non mi raccapezzavo.

Come precipitata ero,

dalle altezze caduta molto giù,

molto di lato, nel mondo degli uomini

e delle donne. Nel mondo

delle case di mattoni.

Nel mondo dove si lavora e

si mangia e si dorme e

si fa la cacca ogni giorno

e ogni giorno si fa la pipì

tante di quelle volte e si mangia e

si dorme e ci si lava la faccia.

 

Da dentro quello sguardo,

chiusa lì dentro

nella mia fortezza

io guardavo il mondo dei grandi e

provavo una grande pietà.

Io li sentivo che piangevano dentro.

Sentivo che non ce la facevano.

Li sentivo gridare dentro. Con muri

dentro, con scarafaggi e muffe,

dentro.

E un giorno,

quando ero molto piccola,

ho fatto giuramento,

un giuramento infante,

senza le parole, ma chiarissimo

e sonante:

io me li prendo tutti nel petto

e li scampo

li porto in salvo.

 

Ho giurato così,

senza dire neanche una

di queste parole,

ma con tutte queste parole più forti cento volte.

Nel mio letto, vicino al grande

armadio con lo specchio,

fra le sponde alte di legno,

con la sorella vicina che tossiva,

giuravo forse ogni notte, per quella

tosse, per la faccia stanca

del mio babbo, e per tutte le facce

dei grandi,

coi loro segni come di grande pena.

Una bambina nel suo letto

ha fatto il giuramento,

recitato la formula che salva,

forse ha vinto sulla morte

e sul mondo.

 

Aspettavo il giorno in cui mi

avrebbero detto il grande segreto.

Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro

non dire niente

si nascondeva la grande verità.

Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano

tutto quello che io non sapevo.

Sentivo che un giorno me lo

avrebbero detto

e io avrei capito il mondo

e non avrei sofferto come loro,

perché loro stavano già soffrendo

anche per me. Sentivo e aspettavo.

 

Poi molto piano, molto in ritardo,

molto piano, millimetro dopo

millimetro,

in un lavoro di tic tac e minuti molto

piccoli, piano piano,

sono passata di là,

sono caduta del tutto nel mondo,

appiattita, schiacciata al suolo

in un lento atterraggio.

 

Adesso, cari cuccioli, io sono grande.

Sono molto grande.

Sono quello che mai e poi mai

avrei voluto essere:

una persona grande.

Adesso io sono dei loro.

Adesso lontanissima sono

dai miei favolosi sette anni,

quando ero un genio buono,

uscito da poco dalla lampada,

e un filosofo ero, ma senza

le parole, un grandioso poeta

analfabeta, un artista senz’arte.

 

Adesso da qui, da questo esilio duro,

da questo corpo con peso, da questa

mente complicata,

da questa mente ingombrante,

da qui,

da questo buio che è tutto il mio,

da qui vi guardo, adorandovi.

Vi chiedo aiuto.

Una parte di me vi supplica,

vi implora, vi chiede aiuto e aiuto.

Adesso tocca a voi salvarmi, fare

il giuramento.

Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite?

Sentite?

 

Dicono che siete rotti.

Siete sazi, dicono. Corrotti.

Rovinati siete, come tutto il resto.

Anche voi nella lista lunga delle

perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio,

il pudore… Anche voi.

Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e

troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi.

Vuoti.

 

Allora adesso imparate.

Imparate l’odore dei nemici potenti.

Sbranate, cuccioli, le loro mani piene.

Scassate le loro tane come galere.

Sputate sui loro piatti, incendiate le

stanze gonfie di giocattoli,

scappate, morsicate, tirate pietre sui

televisori, scalciate, spaccate questo

micidiale nostro sogno, l’inesauribile

bisogno di confort,

fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci

per avere fatto di voi

le nostre miniature

per avervi disinnescati, resi innocui,

per non avervi ascoltati, nel vostro

sommo sapere.

 

Voi che eravate le porte

del regno dei cieli

e chi non passava da voi non passava

voi che eravate purissima gioia

voi che eravate noi bloccati nella

più grande bellezza

voi che somigliavate ai cuccioli

degli altri animali

voi che capivate lo splendore

misterioso degli animali

voi che dormivate un sonno perfetto

e benedetto

voi che vi svegliavate ridendo

voi che facevate balletti strepitosi.

Voi, nostre divinità domestiche.

 

Nascete ancora, cuccioli. Restate.

Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.

Siate.

 

Mariangela Gualtieri, L'arboreto Edizioni, 2006

 

Futuro giovane
Inserita il 12/03/2016

Foto di Raffaele Cavicchi, GoodFellas

Musicista  a 18 anni fino all’esaurimento nervoso, diventa poi un pittore di fama internazionale, con nei cromosomi un’eredità di matematica e scienza, Felice Casorati. Ha un padre militare di carriera, che sposta la famiglia tra Milano, Reggio Emilia, Padova e Sassari. Dopo il conservatorio, il nostro si laurea in legge; nel 1915 parte in guerra e poi al rientro si stabilisce a Torino, dove si impegna nella ricostruzione culturale del paese, si fa una famiglia e diventa padre. Storia di un artista di cent’anni fa o biografia di un ragazzo d’oggi?

 

Sdoganiamo la complessità di una formazione poliedrica! Se i giovani nel Terzo Millennio spaziano tra diverse realtà di studio e sperimentazione, fino a sfociare in progetti ufo come Together a Roma, basato sulla filosofia della cross-inspiration, non sono da etichettare come drop out, rifiuti che non riescono a conformarsi al nostro decrepito modello sociale e non ce la fanno ad adattarsi ai tempi.

 

Loro sono piuttosto le prime avvisaglie di una generazione evoluta, sono persone in un “formato beta permanente”, come scrive Luisa Carrada, ovvero capaci di modificarsi di continuo sulla base degli stimoli costruttivi che incontrano strada facendo. Traggono ispirazione a ogni battuta d’arresto, all’incrocio con il diverso da sé, magico vero? La vita è movimento, tutto finisce, anche le crisi… cosa resta sul piatto? Quel poco che rimane, i ragazzi lo compongono in gruppo. Questa nostra accelerata realtà è il luogo in cui sono nati, la libertà è l’unica vastità che conoscono; e in essa cercano di scoprire con animo aperto – come uno scienziato alle prese con un farmaco miracoloso – ciò che li fa vivere bene insieme e li nutre tutti. Nessuno escluso.

 

La principale risorsa per un essere umano – scrive nel 2007 il biofisico e psicologo canadese Peter Levine, esperto di traumi – è la capacità di trasformare l’ansia in benessere. Vogliamo riappropriarcene? Osserviamo i giovani, che il futuro lo hanno dentro a guidarli. E che costruiscono unioni di persone umane, senza credere che non si può, che non si è mai visto né si è mai fatto. Con lo sguardo al passato, invecchiamo; con gli occhi pieni di futuro abbiamo ancora chance di provare insieme a costruire il nuovo, usando quel che c’è intorno a noi, invece di rifiutarlo.

 

Intuito, Ergo Sum! Le tecnologie, chissà dove ci porteranno se non abbiamo a cuore l’umanità della persona. Eppure sono ora la macro-metafora, il filo conduttore che ci unifica come cellule di un unico grande corpo, il pianeta Terra. L’interscambio, l’integrazione, l’accogliere stimoli e persone mai neppure immaginati, crescere, crescere, crescere.

 

Se ciò avverrà, sarò solo grazie ai giovani, che con il loro rifiuto a omologarsi, raccontano oggi di cosa siamo fatti. Puro infinito di relazioni enzimatiche, qualità umane rese attive e agili da un interscambio continuo, da una comunità ricca di incroci incrociati e non programmabili. Loro non lo dimenticano, i nostri ragazzi tecnologici…

E noi?

 

 

"Alza le parole, non la voce. È la pioggia che fa crescere i fiori, non il tuono" Rumi, XIII secolo

 

Per maggiori info su Felice Casorati, clicca qui.

Credits foto: Raffaele Cavicchi, streetphotographer e co-founder GoodFellas

 

Opinion leader. L’opinione di un leader
Inserita il 20/05/2015

«Un uomo è infelice se non è imitato» dice Oscar Farinetti fondatore di Eataly, in un’intervista tv all’apertura dell’EXPO, citando Ovidio. Ma io sono donna, e quanta sorpresa a vedermi imitata! 

 

Parole virali, le mie. Le utilizzo sui social, nel sito, nei libri e nelle dispense di formazione. Storie virali quelle testimoniate, a raccontare come si applica con successo la polvere d’oro della cantastorieria. In organizzazioni sanitarie, culturali, educative, tecnologiche, produttive, volontaristiche.

 

Affinché sia visibile e condivisibile quanto si fa. A dare speranza, energia per trasformare, fiducia da vendere. Per sostenere questa rinascita in una umanità nuova, mai vista prima. Affinché serva a far evolvere lo stile delle relazioni. Ad andare oltre lo specchio come Alice, e scoprire nuovi approdi. 

 

Oltre categorie come padrone, dipendente, sfruttatore, vittima, ci attende da sempre la Qualità Umana, narrano le fiabe millenarie. Per farne parte, serve un approccio integrato anche a chi si esprime in economia e società. Il meglio di sé, l’eccellenza come base di partenza. Che incontra il meglio dell’altro e costruisce insieme.

 

Agile, rapido, il futuro corre sulle fibre ottiche alla velocità delle sinapsi e ci collega tutti nell’universo mondo. Lascia indietro farfugli e garbugli, ché alla verità bastan poche parole per spiegarsi.

I giovani manager nati negli anni ’70, e ’80, ci mettono un attimo a rinunciare al lavoro in un’azienda senza etica e senza valori, confermano le ricerche (The Guardian, 5 maggio 2015, “Millennials want to work for employers committed to values and ethics”, citando uno studio della londinese Global Tolerance). 

 

Il futuro è sensibile alla Qualità della vita, alle differenze, all’inclusione, alla sostenibilità dei progetti e delle imprese. Noi il pianeta lo abbiamo avuto gratis. I giovani lo sostengono per empatia, perché soffre. 

Essere economicamente sostenibili oggi, significa essere convenienti a una rete di fruitori intelligenti e informati, non alla nostra sola pancia. 

Significa che si può fare. Lo raccontano Bilbao, la Ruhr e Liverpool, che han trasformato il degrado con la cultura. E i risultati sotto gli occhi di tutti sono anche business oriented.

 

Allora largo alla mentorship, per sostenere lo sviluppo globale. Passiamo un testimone d’oro schietto, non uno stridulo farsetto. Ciò che si crea può durare in eterno, dice la fiaba longeva, se nasce da un valore interiore. Vivrà solo il meglio. Le imitazioni si scioglieranno come neve al sole. La fonte citata, perciò, è davvero una genialata. Perché sostiene la ricchezza, propria e altrui.

 

Mostriamo al futuro che l’umano è degno e si prende cura del pianeta. Se il post-umano è alle porte, se la tecnologia si sviluppa ai ritmi di un tornado, noi siamo alla frontiera dell’umanità. E preferiamo testimoniare l’integrità. Copiare senza dichiarare, porta povertà. Trallalero trallallà.

 

Vi aspettiamo a Udine a “Conoscenza in festa”.

 

Piera

 

(Credit foto: S. Dudkina, EyeEm, 16 anni, studentessa)

 

La creatività è potenza pura. Professione Cantastorie!
Inserita il 15/09/2014

«Nasciamo per così dire, provvisoriamente,

da qualche parte;

soltanto a poco a poco 

andiamo componendo in noi

il luogo della nostra origine,

per nascervi dopo,

e ogni giorno più definitivamente.»

 

Reiner Maria RILKE

 

 

La Piccola Scuola Italiana per Cantastorie riapre i battenti: eccoci alle prove d’artista. Brevi spettacoli immettono nel mondo nuovi Narratori di Infinito. Fiabe senza tempo raccontate oggi per le persone che siamo, tecnologiche, ma con l’anima di bambini innocenti. Musica popolare, un agriturismo da favola, incontri di appassionati, tra folletti e Mary Poppins del terzo millennio.

 

Un’occasione speciale per ringraziare chi ci ha accompagnati fin qui con fiducia, e ha fatto intorno a sé una piccola rivoluzione, sottotraccia, ogni giorno. Per costruire relazioni sane che durano e che curano. Negli ospedali, nella ricerca, nelle aziende, nei progetti per le famiglie e le scuole, nel volontariato con la disabilità.

 

Il 21 settembre, una domenica pomeriggio a far scrocchiare sotto i piedi le prime foglie secche, insieme, nella campagna di Pordenone. Per conoscere anche cosa bolle in pentola e sarà presto cotto a puntino per voi.

 

Poi dall'11 ottobre al 5 luglio, avremo 10 mesi per addestrarci a “fare della propria vita una fiaba”, e diventare abili a essere “uno, nessuno, centomila” emozioni diverse, senza pretesa di fare gli attori. A essere ciò che si dice, fino in fondo alle midolla. A essere una parola magica. A essere un miracolo che vive tra la gente.

 

Ecco perché oggi servono più Cantastorie in ogni luogo. Per ricordare alle persone da dove veniamo, e ricomporre in noi quel “luogo della nostra origine” per il quale proviamo un’innata nostalgia. Senza sapere dove sia. Ma come se lo conosciamo.

 

Vi aspettiamo.

Piera

 

L’Infinito evolve in esseri umani evoluti
Inserita il 21/10/2013

L'INFINITO - Giacomo Leopardi

 

«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.»

 

È ripresa la formazione alla Piccola scuola per Cantastorie, sabato scorso. Da ottobre a giugno, 10 mesi insieme per diventare artisti di un narrare millenario. È passata solo un’estate di pochi mesi, e sembra un secolo. Già, esistono i cambiamenti che cambiano, mica quelli che si resta come prima. Bisogna diventare grandi. Se il progetto è buono e serve all’insieme, l’insieme lo farà diventare grande.

 

In quest’epoca di evoluzione rapida come il vento, è vitale cambiare la struttura del modo di pensare, scrive il filosofo pop Franco Bolelli nel suo recente “Si fa così”. Pensare si può ancora, dice, ma meglio se dimentichiamo come si faceva, per riuscire a farlo in modo totalmente nuovo. Le fiabe ci fanno diventare un canale privilegiato tra l’intelligenza del cuore e l’intelligenza della testa, senza dimenticarci della pancia, con la forza dell’istinto vitale e l’entusiasmo.

 

Vi piace l’idea? Vi piace “diventare canale”? Ecco un esempio di come il pensiero cambia per l’essere umano nuovo. Dimenticarci chi crediamo di essere, le puzze sotto il naso, le palizzate fifone e il gurismo gutturale che ci fa tutti maestri. Semplicemente: essere presenti al movimento che evolve, stare nel flusso e decidere velocemente con nobiltà d’animo. Dove approderemo, dipende solo dalla qualità delle nostre scelte, lo scrissi nel 2011 in  “C’era una volta… un cantastorie in azienda” e lo ripete oggi anche Bolelli.

 

Viviamo un’epoca di forti espressioni individuali, di tanta genialità che viene alla luce, di molte opportunità che i miei genitori o fratelli maggiori non hanno avuto. Sembra fatta apposta per scoprire chi siamo veramente e cosa abbiamo da fare quaggiù sul pianeta azzurro chiamato Terra. Come se adesso in molti, contemporaneamente e senza nemmeno conoscerci, ma confidando gli uni negli altri, potessimo decidere insieme cosa diventare da grandi. 

Diventare esseri umani evoluti, basta con le scimmie seppur evolute che parlano senza comprendersi o passano il tempo a litigare. 

Adesso bisogna comprendersi, fare insieme, agire per un bene più alto, consapevoli di essere ripieni di infinita umanità.

 

Piera

 

Il genio intuitivo nella comunicazione secondo le fiabe millenarie
Inserita il 05/09/2013

Jean-Pascal Debailleul in Italia per la prima volta. In un ospedale di punta per la ricerca sul cancro e in una università. È successo il 23 e 24 novembre 2012, in provincia, in una regione lontana nelle retrovie del nord-est.
È venuto a parlare di un modo nuovo di comunicare che è necessario oggi, ai tempi del microchip e del bit, del web 3.0.
Il modo più rapido che c'è. Quello senza le parole della bocca.

Le fiabe narrano da millenni come si fa a sviluppare un potenziale debole ma risolutorio, udito solo sottopelle.
Raccontano il modo di andare fino al capovolgimento delle opposizioni, attraverso la capacità di fare il vuoto dentro di sé.
Narrano di un'alleanza con le forze più grandi di noi, alle quali parliamo intuitivamente, in intelligenza collettiva, fiutando le sincronicità che si susseguono.

Dopo la comunicazione strutturata e tecnica, dopo quella emotiva che crea senso di appartenenza, ecco la comunicazione più veloce, necessaria per vivere il momento presente. La comunicazione intuitiva. Essa ci rende un "termostato", in grado di elevare il livello di un ambiente, l'efficacia delle relazioni in atto, la sostanza dei contenuti.

Perché è il tempo di apprendere a lasciarsi guidare, quasi presi per mano, dalla Vita stessa. Il vecchio modo di condizionarci, manipolarci, criticarci, ferirci, motivarci non regge la velocità dell'evoluzione. Un salto epocale, come quando dall'Homo di Neanderthal si passò all'Homo Sapiens Sapiens, dall'animale all'uomo.

Comunicare da Infinito a Infinito tra esseri evoluti, aiuta a costruire il mondo del futuro sulle leggi dell'Abbondanza. Che ha solo le nostre idee intuitive per venire alla luce.
Per partecipare consapevolmente e responsabilmente al creato, e renderlo il luogo più interessante dove esprimere ora la nostra Qualità Umana.
A presto, Piera

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